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Nel paesaggio di Pantelleria ovunque segnato dal lavoro dell’uomo a testimonianza del apporto di simbiosi che si e’ instaurato tra la natura dell’isola e le attivita’ dei suoi abitanti, i dammusi rappresentano l’elemento piu’ caratteristico. Le tipiche case pantesche con tetto a volta e muri di pietra a secco sono del resto sclusivo patrimonio di Pantelleria e, per la loro particolarita’, sono state definite “esemplari di conio dell’architettura senza architetti”. La loro origine e’ certo antica. Costruzioni simili erano probabilmente diffuse nell’isola gia’ in epoca bizantina e durante la dominazione araba, quando le campagne dell’isola erano per buona arte abitate e coltivate come lo saranno nuovamente soltanto molti secoli dopo. Il disegno di un dammuso, soprattutto per il tetto a cupola, richiama con evidenza un’influenza araba (“qui sono molte le casette a somiglianza di grotte fabbricate da’ Mori mentre ne erano Signori” scriveva Giovanni Massa nel 1709) e questa appare confermata dall’origine del nome dammus in arabo “volta, edificio a volta”). A quei tempi le costruzioni dovevano essere semplici nel disegno, con la volta a botte, facile a eseguire e realizzare soltanto con pietra e terra vulcanica, impastata con acqua; piu’tardi, uando i commerci si introdusse dalla Sicilia la calce, le costruzioni divennero piu’ articolate. I dammusi di Pantelleria rappresentano per i visitatori un elemento di grande interesse non solo per a gradevolezza delle forme ma anche per gli accorgimenti costruttivi che vengono tradizionalmente adoperati, per la funzionalita’ delle loro parti e per la perfetta rispondenza alle necessita’ ella civilta’ agricola pantesca di cui costituiscono, quando diventano abitazioni rurali e vere fattorie, il centro delle attivita’ familiari ed il fulcro dell’economia agricola. All’origine dei dammusi, del loro disegno e delle tecniche costruttive, c’e’ certamente la grande disponibilita’ di pietra vulcanica che e’ in gran parte impiegata nella sua forma originaria, cosi’ come viene ricavata dal contadino dissodando i terreni. Le pietre vengono principalmente usate per terrazzare i terreni scoscesi e i muri dei terrazzamenti possono essere cosi’ profondi e robusti da consentire che dentro di essi si ricavano piccoli ricoveri per le intemperie. E’ proprio dalla vicinanza di due muri e dalla loro unione con una semplice copertura a volta che si originano i primi dammusi. Ancora oggi la forma piu’ semplice di dammuso sfrutta il muro del terreno a monte, appoggiandosi su di esso ed evidenziando cosi’ l’integrazione fisica con il territorio terrazzato di cui diventa parte. La tecnica costruttiva piu’ antica prevede muri in pietra “rotta”, cioe’ appena sagomata il che si compie facilmente per la sua struttura vetrosa e compatta di molte rocce), costituiti da due ordini di pietra che racchiudono pietre piu’ piccole e che possono arrivare anche a 2 metri di spessore. Costruzioni piu’ recenti sono quelle realizzate in pietra “tagliata”, mentre oggi si usano per ragioni di costo i blocchetti di cemento, pudicamente ricoperti da pietre. Nei dammusi tradizionali, lo spessore dei muri garantisce l’ottimo isolamento termico degli ambienti interni; a cio’ contribuisce il numero ridotto delle aperture, oltretutto di piccole dimensioni e posizionate al riparo dai venti dominanti e in modo tale da attivare la ventilazione, come anche l’altezza delle volte dove si solleva l’aria piu’ calda. Oggi i dammusi sono divenuti attualissimi esempi di quella che e’ chiamata architettura bioclimatica. Un’architettura, cioe’, che per ricercare il benessere termico e far si che le abitazioni siano fresche d’estate e calde d’inverno, utilizza accorgimenti costruttivi appropriati e non fonti energetiche costose ed inquinanti. Rifugiarsi in un giorno di scirocco all’interno di un dammuso e’ un piacere che si ricorda a lungo.
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